In questi giorni Valentina (la nostra resp. Esteri) è in Afghanistan per preparare il prossimo progetto di cooperazione internazionale dell'UdS. Ci aggiorna costantemente sullo stato di un paese martoriato dalla guerra ma soprattutto su quanto noi siamo responsabili e quanto allo stesso tempo possiamo fare per migliorare veramente le cose.
Il mio viaggio verso Kabul comincia all'aeroporto militare di Pisa. In Afghanistan ci si arriva soltanto così, viaggiando insieme ai soldati che partono in missione per le basi italiane nel Paese.
L'approccio con la base di Pisa mi fa sentire molto a disagio, per noi civili pacifisti è strano il contatto con un mondo così completamente diverso, un mondo che non capiamo fino in fondo.
Ma la cosa peggiore sono le armi. La normalità delle armi. Un soldato con un fucile in spalla qui, uno con la pistola nella fondina lì, mentre sorridono e scherzano, nulla di strano per una base militare, ma a me fa venire i brividi.
E pensare che per questa gente tenere un fucile in mano è naturale quanto per noi metterci uno zainetto in spalla, e la pistola è una compagna inseparabile tanto da stringerla bene alla coscia prima di partire.
Mi vengono in mente le statistiche: il 90% dei morti in Afghanistan sono civili.
Eccole qui, quindi, le nostre forze di pace, che partono per le nostre missioni di pace con fucile e rivoltella, portando in mano delle scatole rettangolari di latta con su scritto “munizioni”.
Durante il viaggio, seduti uno di fronte all'altro stipati in quattro file di rudimentali panche di tela, guardo le loro facce, molti sono giovani, quasi nostri coetanei. Altri sembrano più esperti, tanto che sulle loro divise portano il nome cucito in italiano ed in arabo. La maggior parte, soprattutto dei giovanissimi, porta una fede al dito e non smette di parlare dei propri figli piccoli.
Mi interrogo su quanti siano i modi possibili di interpretare la parola pace. Cosa vuol dire fare la pace? Questi uomini e donne (ebbene sì, c'erano anche due soldatesse) sono convinti di lavorare per la pace, per sconfiggere i nemici del popolo afghano (o del suo Governo? O degli Stati Uniti?), sono convinti che combattere sia un modo efficace di liberare questa terra dalla guerra che la martoria da trent'anni, e lo fanno in buona fede. È evidente che non funziona, ma perchè allora non lo capiscono? Perchè allora ragazzi di vent'anni con una famiglia si arruolano per partire in missione? Non ci credo che sono solo i soldi. Il problema, a mio parere, è l'ignoranza. È l'aver sempre studiato la storia come susseguirsi di guerre, spacciate per motori dello sviluppo; è l'essere abituati a considerare la violenza uno strumento lecito, o peggio, a considerare la violenza istituzionalizzata come se non fosse per niente violenza; è credere che dopo trent'anni di guerra di tutti contro tutti, in Afghanistan si possa individuare un amico e un nemico, un buono e un cattivo, e combattere il cattivo e dare tanti soldi al buono... e determinare così il ripetersi infinito delle tragedie di questo Paese.
A Kabul c'è la neve, a terra, ed un sole grande e forte che vi si riflette e fa bruciare gli occhi. A mezzogiorno la temperatura è -5, ma questa notte, ci dicono, è arrivata a -22. In fondo alla pista dell'aeroporto, maestoso e bianco, l'Hindukush.
Veniamo scortati fino all'esterno, dove ci aspetta un'auto dell'ambasciata italiana. La guida un vecchio Afghano, con la barba bianca e pieno di rughe, la pelle arsa dal sole, gli occhi verdi. Scopriamo poi che ha solo cinquant'anni, portati bene per la media locale. La strada è polverosa e gialla, proprio come si vede al tg, ma non ci sono carriarmati, per fortuna. Gli incroci, invece, sono costellati da posti di blocco, uomini con i kalashnikov, che non fermano mai le auto degli stranieri occidentali.
Le strade brulicano di vita, ma Kabul è una città distrutta. Tutto ha il colore giallo della sabbia, le strade, i muri, i vestiti della gente, quello che era colorato adesso è sbiadito sotto la polvere. Qui la ricostruzione non è mai cominciata, se non per costruire fastosi alberghi (gli americani) e torri di vetro specchiato (i cinesi, gli americani quelle preferiscono non farle più).
Passiamo per una strada di negozi e ristoranti; la maggior parte sono chiusi, ma sui marciapiedi si rincorrono decine di carretti che vendono mandarini, mandorle tostate, carote e altre verdure. Fino all'anno scorso, ci dicono, qua si poteva uscire a cena la sera, rincasare senza preoccupazioni, provare ogni sera un ristorante diverso, senza dimenticare la nuova pizzeria. Oggi alle otto di sera non c'è già più nessuno per strada, e uscire a cena è un miraggio.
Proprio qualche giorno fa l'albergo americano per antonomasia, il Serena, dove una camera costa 190 dollari a notte, sono ospitati i negozi delle migliori marche, tutti i comfort in una cornice di lusso sfrenato, è stato fatto esplodere da un commando di guerriglieri, uccidendo 25 persone. L'albergo confina con la città vecchia, che viene passo dopo passo rinnovata, ma resta una zona di povera gente, come praticamente tutti in Afghanistan.(...)
Passiamo anche davanti all'ambasciata americana, un vero e proprio bunker con tre fila di mura di varie dimensioni, tappato con sacchi di sabbia dappertutto. Una fortezza, in pratica, uno schiaffo alla città. Dov'è il dialogo? Dov'è il bene degli Afghani, dove le loro necessità?
Basta pensare a questi due esempi per rendersi conto del perchè agli Afghani gli Americani non stanno simpatici. Arrivano, bombardano, prendono, confiscano, non consultano la comunità locale, costruiscono ad uso e consumo di pochi, ostentano, prendono le parti dell'uno o dell'altro, con prepotenza. Non mi stupisce affatto che non siano amati, del resto nessuno vede ancora la pace, e le condizioni del Paese sono molto peggiorate rispetto a due anni fa. Ovviamente, per far fronte a questa recrudescenza del terrorismo - e anche un po'perchè le elezioni si avvicinano, ma questo lui non lo dice – Bush sta per mandare in Afghanistan altri 30.000 uomini. Altri 30.000 uomini che sprecheranno soldi all'albergo Serena, che costruiranno barricate, che, come tutti i loro predecessori, cercheranno di imporre con le armi, con i morti civili, la loro pace, una pace parziale.